Storia dell'Adobo: Conservare per Dominare
Le radici spagnole dell’adobo e il loro incontro con le tecniche indigene filippine
Secondo il Dizionario della Real Academia Española, il verbo spagnolo adobar significa “mettere in salamoia” o “marinare”.
I conquistadores arrivati nell’arcipelago filippino a metà del Cinquecento portarono con sé questa tecnica di conservazione, ma si trovarono di fronte a un ecosistema tropicale dove il vino e l’olio d’oliva (ingredienti base dell’adobo iberico) scarseggiavano.
A Manila, intorno al 1571, Miguel López de Legazpi stabilì il primo insediamento spagnolo stabile, e da lì partì l’incontro tra due mondi culinari.
La fusione tra la pratica spagnola dell’adobar e i metodi locali
La risposta è nell’aceto di canna da zucchero e nel sale marino, già usati dalle comunità tagalog e visaya per conservare pesce e carne prima dell’arrivo degli europei.
Gli spagnoli trovarono un equivalente locale della loro marinatura: invece del vino, si usava l’aceto di palma (suka) o di canna; al posto dell’olio, il grasso della carne stessa.
Il risultato fu un piatto che assomigliava all’adobo iberico solo nel metodo, ma che nei fatti rappresentava una sintesi nuova.
Il ruolo del commercio cinese nell’introduzione della salsa di soia
Già prima del 1600, i giunchi cinesi attraccavano regolarmente a Cebu e Manila portando merci tra cui la salsa di soia.
I mercanti hokkien della provincia del Fujian introdussero questo condimento fermentato, che i cuochi filippini adottarono rapidamente.
La salsa di soia sostituì parte del sale nella marinatura dell’adobo, aggiungendo profondità umami.
Un documento della Compagnia delle Indie Orientali del 1642 menziona barili di toyo (salsa di soia) scaricati nel porto di Intramuros, segno che l’ingrediente era già integrato nelle cucine locali.
Il ruolo dell’adobo nella conservazione del cibo nelle Filippine precoloniali
Prima dell’arrivo degli spagnoli, le popolazioni dell’arcipelago avevano già sviluppato tecniche per conservare il cibo nel clima caldo e umido.
L’aceto e il sale erano essenziali, e l’adobo (nella sua forma embrionale) era un metodo per tenere la carne commestibile per giorni senza refrigerazione.
Gli antichi abitanti di Luzon usavano vasi di terracotta per cuocere lentamente il maiale con aceto di nipa, un tipo di palma da cui si ricava anche una bevanda alcolica.
L’uso dell’aceto di palma e del sale come primi conservanti
L’aceto di palma, ricavato dalla linfa delle palme Arenga pinnata, ha un’acidità che impedisce la proliferazione batterica.
Un testo del naturalista spagnolo Francisco Ignacio Alcina, scritto nel 1668, descrive come i nativi delle isole Visayas bollissero la carne con suka e sale prima di riporla in contenitori sigillati.
Questo procedimento anticipa l’adobo moderno: non una ricetta fissa, ma un principio di conservazione adattabile.

L’adobo come simbolo identitario della cucina nazionale filippina
Nel 1935, il governo del Commonwealth filippino avviò un progetto di codificazione delle ricette nazionali.
L’antropologa culinaria Doreen Fernandez ha documentato che l’adobo venne scelto come piatto rappresentativo per la sua diffusione capillare - si cucinava in tutte le province, dal nord di Ilocos al sud di Mindanao.
Non esisteva una versione unica, ma il principio aceto-aglio-soia era riconoscibile ovunque.
La codificazione dell’adobo nei ricettari del Novecento
Il primo ricettario filippino stampato, “The Philippine Cookbook” di Encarnacion Alzona (1946), includeva una ricetta di adobo al pollo con alloro e pepe nero.
Poco dopo, il libro “Food of the Philippines” di Gloria Marci (1952) standardizzò le proporzioni di aceto e salsa di soia.
Questi testi trasformarono l’adobo da tecnica familiare a emblema culinario nazionale.
L’adobo nella letteratura e nei racconti popolari
Nel romanzo “Il romanzo di Manila” (1887) di José Rizal, l’eroe Crisostomo Ibarra viene descritto mentre consuma un pasto a base di adobo durante una cena a casa del capitano Tiago.
Il piatto appare come simbolo della quotidianità filippina.
Nelle tradizioni orali della regione di Bicol, l’adobo viene citato in filastrocche che insegnano ai bambini l’importanza di non sprecare il cibo: “Ang adobo ay hindi nauubos, piniprito sa sariling mantika” (L’adobo non finisce mai, lo friggi nel suo stesso grasso).
Le varianti regionali dell’adobo: da Luzon a Mindanao
Ogni isola filippina ha sviluppato una propria interpretazione, legata agli ingredienti locali e alle influenze culturali.
A Pampanga, considerata la capitale culinaria del paese, si usa bollire la carne nel latte di capra prima di aggiungere l’aceto.
A Iloilo, l’adobo viene cotto due volte (prima bollito, poi fritto nel grasso) una tecnica chiamata adobong prito.

Le differenze tra l’adobo di pollo e quello di maiale nelle diverse isole
Nelle regioni settentrionali (Luzon), l’adobo di maiale è più grasso e si cuoce a lungo fino a caramellare la salsa.
A sud, a Cagayan de Oro, l’adobo di pollo viene spesso servito con un uovo sodo e una spolverata di pepe nero macinato al momento.
Una ricerca dell’Università delle Filippine di Diliman (2018) ha analizzato 45 ricette familiari di adobo raccolte in 12 province, dimostrando che il rapporto aceto/soia varia da 3:1 nelle zone più povere (poco accesso alla salsa di soia) a 1:3 nelle aree urbane.
Le varianti regionali più rappresentative dell’adobo
- Adobo sa gata (Bicol): aggiunge latte di cocco e peperoncino, creando una salsa cremosa e piccante.
- Adobong puti (Luzon centrale): preparato solo con aceto, sale e alloro, senza salsa di soia.
- Adobong dilaw (Panay): colorato con curcuma e guarnito con foglie di pandan.
- Adobong manok sa patis (Zamboanga): usa salsa di pesce al posto della soia.
- Adobong baboy sa kamias (Mindanao): acidificato con il frutto locale kamias (averrhoa bilimbi).
- Adobong pusit (province costiere): preparato con calamari, inchiostro e aceto.
- Adobong kangkong (capitale Manila): versione vegetariana con spinaci d’acqua, aglio e soia.
L’adobo nel contesto della diaspora filippina: diffusione globale e adattamenti
Con l’emigrazione di massa a partire dagli anni Sessanta, l’adobo ha oltrepassato i confini dell’arcipelago.
Oggi è presente nei ristoranti filippini di San Francisco, Londra e Dubai.
Un’inchiesta del Los Angeles Times (2022) ha documentato come i cuochi della diaspora abbiano sostituito l’aceto di canna con l’aceto di vino rosso disponibile nei supermercati occidentali, pur mantenendo la base aglio-soia.
A Tokyo, un ristorante di Roppongi serve adobo karaage, un ibrido tra il piatto filippino e il pollo fritto giapponese.
Le trasformazioni dell’adobo nei ristoranti filippini all’estero
La risposta è nella riduzione dell’acidità e nell’aumento della dolcezza.
Per adattarsi ai palati non filippini, molti chef aggiungono zucchero di canna o miele, e diminuiscono la quantità di aceto.
Un caso studio è il ristorante “Bad Saint” di Washington D.C., dove la chef Tom Cunanan propone un adobo di maiale glassato con salsa di soia ridotta, simile a un glaze cinese.
Queste versioni ibride hanno contribuito a far conoscere il piatto a un pubblico più ampio, ma hanno anche acceso dibattiti sull’autenticità.
Le controversie storiche sull’origine dell’adobo: autoctono o importato?
Il dibattito è acceso tra storici della cucina.
Da un lato, studiosi come Edilberto Alegre sostengono che l’adobo sia una tecnica preispanica, basata sull’aceto di palma e sul sale, che gli spagnoli hanno solo ribattezzato.
Dall’altro, il critico culinario Claude Tayag afferma che senza l’introduzione della salsa di soia cinese e del concetto di marinatura spagnola, l’adobo moderno non esisterebbe.
Una posizione simile emerge nella storia della feijoada brasiliana, un altro piatto nato dall’incontro tra tecniche europee e ingredienti locali.
L’ipotesi di un’origine preispanica e le prove archeologiche
Scavi archeologici condotti nel 2013 nel sito di Boljoon (Cebu) hanno portato alla luce vasi di terracotta risalenti al XIV secolo con residui di grasso animale e tracce di acido acetico.
Questi reperti suggeriscono che la cottura della carne in un liquido acido fosse praticata prima dell’arrivo degli spagnoli.
Tuttavia, non ci sono prove che il termine “adobo” fosse usato.
Il nome attuale arriva quindi dallo spagnolo, ma la sostanza del piatto (carne cotta nell’aceto per conservarla) è molto più antica.
L’adobo ha anche un parallelo culturale con altre tecniche di conservazione acida, come il ceviche, che sfrutta l’acidità per “cuocere” il pesce. E come il kimchi coreano, l’adobo nasce da una necessità pratica (conservare il cibo) che diventa poi tratto identitario.
Per chi volesse avvicinarsi a questo piatto, la scheda ricetta del sito raccoglie ingredienti e procedimento.
La versione più documentata, con pollo e maiale, segue la tradizione di Manila degli anni Cinquanta: aglio, alloro, pepe nero, salsa di soia e aceto di canna, cotti a fuoco lento fino a riduzione.
I passaggi completi sono disponibili nella scheda dedicata.
Ricetta: Adobo di pollo e maiale alla filippina

Un classico della cucina filippina, nato dall'incontro tra la marinatura spagnola e l'aceto di palma locale, arricchito dalla salsa di soia cinese. Questa versione con pollo e maiale, cotta lentamente fino a caramellare, segue la tradizione di Manila degli anni Cinquanta.
- 500 g di cosce di pollo
- 500 g di spalla di maiale a cubetti
- 1 tazza di aceto di canna da zucchero (o di palma)
- 1/2 tazza di salsa di soia
- 8 spicchi d'aglio schiacciati
- 2 foglie di alloro
- 1 cucchiaino di pepe nero in grani
- 1 cucchiaino di sale marino
- 1 tazza di acqua
- In una ciotola capiente, mescola l'aceto, la salsa di soia, l'aglio, le foglie di alloro, il pepe nero e il sale finché si amalgamano bene. Questo passaggio crea la base aromatica della marinata, che insaporirà la carne in profondità.
- Aggiungi il pollo e il maiale alla marinata, copri e lascia riposare in frigorifero per almeno 30 minuti (o fino a 2 ore). La marinatura acida aiuta a intenerire le fibre della carne e a penetrare i sapori.
- Trasferisci carne e marinata in una pentola pesante. Aggiungi l'acqua e porta a bollore a fuoco medio-alto. L'acqua serve a bilanciare l'acidità e a creare il liquido di cottura necessario per la brasatura.
- Abbassa la fiamma al minimo, copri e lascia sobbollire per circa 40 minuti, mescolando ogni tanto. La cottura lenta permette alla carne di diventare tenera senza seccarsi, mentre i sapori si concentrano.
- Togli il coperchio e alza la fiamma per far restringere la salsa fino a ottenere una consistenza densa e leggermente caramellata (circa 5-7 minuti). La riduzione intensifica il sapore umami e crea una glassatura che avvolge la carne.
- Spegni il fuoco e lascia riposare la carne nella salsa per 5 minuti. Questo breve riposo permette ai succhi di redistribuirsi, rendendo ogni boccone più succoso.
- Servi caldo su riso bianco, guarnendo con l'aglio fritto se desiderato. Il riso neutro bilancia l'intensità della salsa, mentre l'aglio fritto aggiunge croccantezza e un aroma tostato.
Qual è l'origine dell'adobo filippino?
L'adobo filippino nasce dall'incontro tra la marinatura spagnola (adobar) e le tecniche indigene di conservazione con aceto di palma e sale. I conquistadores, arrivati a Manila nel 1571, adattarono la loro ricetta agli ingredienti locali, creando un piatto unico che univa due mondi.